Ott 10, 2017 - Senza categoria    No Comments

il gioco- cap 4

Il gioco cap 4

CAP 4

  6 mus. Composizione musicale costituita da un tema principale che viene successivamente ripetuto in forme diverse.

 

I suoi ricordi furono bruscamente interrotti dall’odiosa suoneria del suo cellulare, che la sua fidanzata aveva imposto: primo perché le piaceva, secondo perché era come la sua.

Lesse il nome che comparve nel display del cellulare e schiacciò il pulsante verde.

– ciao Claudio, dimmi?- fece, non avendo alcuna intenzione di intavolare una lunga conversazione, colpevolizzandolo di aver infranto quella tranquillità che aveva trovato con tanta difficoltà. Non gli interessava che era uno dei suoi migliori amici, era lo stesso colpevole.

– ehi amico, ti ho chiamato per ricordarti che stasera ci dobbiamo vedere al solito posto.- gli rispose allegro, ignorando il tono in cui era stato accolto.

Giorgio rimase in silenzio, mentre la sua mente iniziò a trovare una soluzione per svignarsela da quell’impegno. E poi non comprendeva da dove veniva fuori, tutta sta allegria, più volte gli aveva manifestato il suo dissenso per quella festa, eppure non era riuscito a fermarlo a organizzare una stupido addio al celibato di soli uomini.

– Giorgio non puoi darmi buca. È la tua festa!-

– non ne avevo alcuna intenzione. E non preoccuparti a venirmi a prendere, verrò con la mia auto.-

– eh no verrò io a prenderti, perché ho paura che tu possa sfuggirmi, o che la tua bella t’impedisca di venire appena scoprirà la partecipazione di alcune spogliarelliste, e questo non posso permetterlo!-

Giorgio chiuse la conversazione. Non gli dispiaceva l’idea di ammirare quei corpi sinuosi che sculettavano e facevano moine provocanti al futuro sposo, che sarebbe stato lui ma non ne poteva più della confusione. A dire il vero era arrivato al limite. Se quello stupido del suo amico lo avesse organizzato qualche settimana prima, ci sarebbe andato di corsa ma ora proprio non ne aveva voglia.

Per ritrovare un po’ di serenità chiuse gli occhi e senza rendersene conto si appisolò.

Nonostante tutti e quattro i finestrini erano aperti, iniziò ad avvertire gli effetti del caldo, che lo svegliò. La sensazione di sete e la voglia di bere qualcosa di fresco in grado di rigenerarlo iniziò a prendere piede nella sua testa, peccato che non aveva lo stesso desiderio di rientrare a casa ed essere sommerso da quelle voci subendo quelle presenze così esagitate, come non gli piaceva essere sbattuto da una stanza all’altra.

La mano appoggiata alla pagina del dizionario gli si appiccicò a causa del sudore, e il caldo come la sete gli aveva tolto la voglia di aprire gli occhi e compiere un qualsiasi movimento. Neppure quando il cellulare riprese a squillare riuscì a smuoverlo da quello stato di apatia.

Con calma aprì gli occhi e iniziò a fissare quei miraggi di pozze d’acqua presenti sull’asfalto, che gli aumentarono quel senso di arsura.

Appoggiò il dizionario aperto sopra il sedile accanto, e cercò dentro il cruscotto e poi in tutta la macchina una bottiglia d’acqua. Stizzito per non aver pensato di portarsene una dietro, frugò dentro le tasche in cerca del denaro, e non trovando neppure un centesimo, sperò di recuperare dei soldi nel posacenere che sua sorella usava come salvadanio.

La sfortuna volle che in quell’auto oltre una bottiglia di acqua non ci fosse neanche una lira. Arresosi all’evidente destino, scese dalla macchina e si stirò a lungo le membra, e con lentezza salì le scale, dirigendosi con passo deciso, verso la cucina, ignorando tutti i presenti.

Evitò di parlare con gli ospiti e con chiunque incontrasse, anche se era una cosa difficile a causa delle donne ammassate in cucina, tutte indaffarate a preparare ogni tipo di manicaretti, e tra queste c’era sua sorella che appena lo vide, gli andò incontro.

– ti ho chiamato prima al cellulare, perché non mi hai risposto?- gli domandò, usando quasi un tono d’accusa.

Giorgio aprì il frigo e prese una piccola bottiglia di acqua e vi si attaccò, bevendo con una certa avidità, mettendola in attesa.

Si staccò dal collo della bottiglia e la fissò, cercando di trovare una risposta adatta per giustificarsi. Ancora adesso non capiva del perché in quel ultimo periodo doveva dare continuamente delle spiegazioni a tutti, e giustificare ogni sua decisione.

– non l’ho sentito.- riuscì a dirle, e per non aggiungere altro ritornò a bere.

– sarà! Solitamente quando senti quella musica di Bach, rispondi sempre.-

Giorgio alzò il sopracciglio scoprendo solo ora che la suoneria che tanto detestava era di Bach. La musica classica era un’altra materia che odiava, ma non raggiungeva gli stessi livelli delle altre materie.

Quello che all’epoca non riusciva a capire era: il solfeggio, la ritmica e la metrica. E anche in quel caso si domandava che cosa centrava tutto quello, quando si dava fiato alla bocca per cantare.

Si perse in quei pensieri che erano rivolti a quei cantanti che usavano. il playback durante i concerti, l’uso delle coriste o mettevano la base così alta solo per coprire le varie stecche, non badando a quello che sua sorella le stava dicendo.

Nonostante era da poco rientrato a casa, aveva già voglia di fuggire via solo per far riposare le orecchie da tutto quel chiacchiericcio, il che lo portò a guardare quella piccola donna e ad assentire ogni tanto, proprio per recuperare un po’ di pace.

Completamente dissetato e con una scusa banale, decise che era ora di andarsene e di ritornare al suo rifugio, non prima però di liberarsi la vescica. L’unico bagno di casa era occupato da una sua vecchia zia, che sembrava avesse messo le tende lì dentro e ogni tanto sua madre entrava per assicurarsi che stesse bene, uscendo poco dopo con la mano in faccia per non respirare oltre quell’odore.

Deciso di non morire soffocato dalla puzza e non volendo attendere oltre, Giorgio uscì da casa e in cima alle scale gli venne l’idea di annaffiare i fiori che sua zia Rachele aveva piantato, con la sua acqua. Si guardò attorno mentre si abbassava la cerniera e con nonchalance innaffiò le piante presenti nell’aiuola che era sotto casa.

Sollevato per essersi svuotato andò a rinchiudersi nel suo luogo non luogo e riprese in mano il dizionario, fece scorrere l’indice lungo il piccolo elenco sino a raggiungere  la voce numero sei, dove la definizione di fuga si riferiva alla musica.

Cercò di ritornare indietro nel tempo per ricordare se nelle passate lezioni aveva sentito parlare di quell’accidente di fuga. Chiuse gli occhi per facilitare il ricordo di quelle vecchie nozioni, ma più si impegnava più gli sembrava che si stesse formando un cerchio in testa.

Voglioso di scoprire di che cosa poteva trattarsi, riprese il cellulare e cliccò sull’app di Google. La schermata si aprì e con velocità digitò la parola “fuga in musica”.

Cliccò su Wikepedia rimanendo in attesa che si aprisse la pagina a causa della conessione lenta. Con velocità lesse quello che vi era riportato, saltando parole e frasi complete eppure riuscì a notare che il nome di Bach compariva varie volte e anche il titolo di una sua famosa opera.

Non riusciva a credere a quella nuova coincidenza, poco prima sua sorella gli aveva rivelato che la musica della sua suoneria era un’opera di quel musicista, che manco ricordava e ora era curioso di scoprire se era la stessa.

Chiuse l’applicazione e aprì Youtube e con sicurezza digitò nello specchietto il titolo dell’opera: “toccata e fuga in re minore di Bach.”

Attese qualche secondo per dar modo di caricare la pagina e un elenco in verticale fatto di video si materializzò. Con velocità fece scorrere la pagina e non sapendo che cosa scegliere, cliccò com’era sua abitudine il primo video della lista.

Lo schermo del suo cellulare si oscurò e pochi secondi dopo una musica a lui nota inondò l’intero abitacolo.

– cazzo, ma è la stessa!- esclamò sbalordito.- ma non è una musica moderna per i film horror?- si domandò ancora incredulo.

Giorgio chiuse in tutta fretta il video e rimase con il cellulare in mano pensando a tutte quelle strane coincidenze e per i suoi gusti ce ne erano state fin troppe.

– nonno per caso c’è il tuo zampino?- domandò in un sussurro, sperando di non sentire qualche rumore sinistro, dopotutto i fantasmi non gli erano mai piaciuti!

Si affrettò a cambiare la musica della suoneria e impostò un brano che gli piaceva, ed Eminem era adatto per esorcizzare quella giornata, anche se in questo caso era adatto Marilyn Manson, ma non gli piaceva e in fondo anche lui gli faceva paura.

Mag 23, 2017 - Senza categoria    No Comments

cap 3

CAP 3

  • 7 fis. velocità di f., quella necessaria a un oggetto per sottrarsi alla forza di gravità di un corpo celeste.

 

Giorgio risvegliatosi dall’incantesimo della fata Morgana, guardò la pagina aperta del vocabolario e salì con l’indice sino ad arrivare alla successiva voce, storse il naso nello scoprire che la seguente nota si riferiva alla fisica.

Da sempre considerava quella materia ostica e inutile, in due parole: la odiava!

Chiuse gli occhi e si rilassò nel sedile cercando di essere più comodo possibile e senza che se ne rendesse conto, recitò a memoria la seguente regola:

“la velocità di fuga è quando un corpo con una sua massa e un suo peso riesce a vincere la propria gravità e quella del proprio pianeta.”

Anche in quel caso non era del tutto sicuro che le parole erano le stesse, che negli anni passati, aveva recitato come una cantilena prima di un’interrogazione. E dopotutto quella regola non gli era ritornata in mente perché si era appena accorto di essere un genio incompreso, anche se qualche dubbio a riguardo ne aveva, ma semplicemente perché la stessa definizione era stata riportata nel vocabolario e glielo aveva suggerito.

Accarezzò quel libro con affetto ringraziandolo per averlo aiutato, al contrario di quei pochi secchioni che aveva avuto in classe durante le scuole medie e superiori, che manco se li pagavi o se garantivi loro che non avrebbero subito alcun fastidio, come nel rinchiuderli dentro al bagno, lo avrebbero fatto. Solo qualche anno più tardi scoprì proprio da uno di quelli, incontrato in un pub e pieno d birra, che lui come quegl’altri godevano nel vederli tentennare di fronte alle domande semplici e dopo un quarto d’ora di agonia, vederli trattare con il professore per avere un cinque, sebbene avessero fatto scena muta o detto delle cazzate.

Eppure quella materia, all’epoca, aveva avuto un suo lato interessante e cioè la giovane e bella supplente, che rimase con la sua classe per due mesi. Il tempo necessario per far si che l’insegnante di ruolo: la signorina Patrignani, che di “signorina” non aveva nulla dato l’età, e che tutte le volte sottolineava con orgoglio il suo status, si ristabilisse da un infortunio che l’aveva costretta a stare a letto.

Il sorriso di ebete riaffiorò nel suo viso ricordando quella supplente e dandosi subito del coglione per aver cercato all’epoca di conquistarla, ricordando di quando era quasi riuscito a farle credere di essere bravo a scuola, giustificando i suoi voti mediocri a un’incomprensione tra lui e alcuni professori. E per far valere quella sua stramba teoria, era persino arrivato a pregare suo padre affinché lo mandasse a delle lezioni private di quell’odiosa materia. Ma il suo piano crollò a causa di quei dannati secchioni che approfittarono di una sua assenza per spiferare la verità. Non ricordò bene come quella supplente reagì, ma rammentò la sua vendetta nei loro confronti, fatta di dispetti vari e di lunghe ore passate dentro ai ripostigli puzzolenti, troppo fifoni per denunciarli.

Eppure non solo loro la pagarono cara, quella preghiera fatta a suo padre gli si ritorse contro per tutto il periodo scolastico, e appena i suoi genitori notarono dei miglioramenti in pagella presero la decisione di mandarlo a ripetizione in quelle materie in cui a detta degli insegnanti “zoppicava”.

Così Giorgio ripensò a tutte quelle ore seduto a ripetere all’infinito quelle formule e rifare quegli esercizi, che non gli erano serviti a un cazzo sia per la vita ma anche per conquistare quella figa della madonna, e poi per una misera sufficienza mica avrebbe trovato lavoro al Cern!

E neppure essere diventato poi uno sfegatato fan di Star Trek lo portò ad amare la fisica, anche se spesso aveva sognato a occhi aperti di guidare un’astronave come l’Enterprise, e fuggire dalla Terra e da tutti quegli impegni scolastici.

– ehi Andrea hai visto la puntata di ieri di Star Trek? Diamine come mi piacerebbe diventare come il comandante Kirk, e comandare una vera astronave. Fuggire via da questo mondo così noioso per far rotta verso mete sconosciute, e sconfiggere gli alieni!-

– sei un sempliciotto Giorgio. Quello è un film per idioti, è già tanto che l’uomo sia riuscito ad andare sulla Luna, e prima che possa navigare per lo spazio ce ne vorrà di tempo. E poi se vuoi diventare come quel comandante, devi conoscere la fisica, e tutte le materie scientifiche e non il calcio e le ragazze!-

Quell’improvviso ricordo gli invase la mente, rammentando come suo cugino Andrea gli rispose con saccenza, solo perchè anche lui era un secchione! Le mani gli prusero come allora, e il desiderio di tappare quella bocca da: “sapientino so tutto io” con un grosso pugno era sempre forte e presenti, ma la paura di prenderle da suo padre proprio di fronte a lui era un ottimo incentivo per starsene buono, certo che lo avrebbe spiattellato a scuola, facendolo diventare lo zimbello di tutti, e l’idea di essere deriso poi da quei secchioni lo mandava in bestia. E non poteva prendere in considerazione neppure l’idea di scappare da casa per evitarle, conscio che le botte si sarebbero raddoppiate una volta scovato.

– non c’è alcun problema per quello. Significa che mi circonderò di secchioni idioti come te, che lavorano senza ottenere la gloria, proprio come Sulu. Non mi sembra di aver mai sentito il capitano Kirk, quando gli ordinava di andare a velocità di curvatura, comandarglielo attraverso le regole della fisica o della matematica!-

Così da quel giorno evitò suo cugino come la peste, non gli interessava i rimproveri della madre o gli inviti di sua zia per farli studiare assieme o per uscire. Ogni volta inventava una scusa più o meno plausibile, e quando non riusciva a evitarlo, lo ignorava completamente, tanto che alla fine divennero quasi due estranei, sebbene vivessero a poca metri di distanza.

Lug 17, 2016 - Senza categoria    No Comments

il gioco – cap 2

CAP 2

  8 geom. punto di f., in un disegno in prospettiva, punto nel quale convergono tutte le linee rette.

 

Giorgio lesse alcune volte quella definizione cercando di capire che cosa intendesse dire. Arresosi alla sua evidente ignoranza, si soffermò alla parola abbreviata: geom, che lo indirizzò ala soluzione e a comprendere quello che intendeva dire facendogli storcere il naso.

– geometria, che palle. Avevo tre.-

A quel punto non era molto convinto di quella sua decisione d’iniziare proprio dall’ultima voce in elenco, e tutto questo perché non gli era mai piaciuta quella materia che gli aveva reso la vita un inferno nel periodo scolastico. E quell’antipatia era tuttora presente, nonostante avesse quasi trent’anni e la scuola l’aveva terminata da un pezzo. Incerto di aver compreso quella definizione, prese lo smartphone e cercò l’applicazione di Google. Con velocità digitò la frase: fuga in geometria.

Benedì Wikepedia e soprattutto chi lo aveva inventato, ma quella benedizione durò solamente pochi secondi. Il contenuto di quella pagina era una marea di parole, numeri e simboli che gli mandarono il cervello in fumo, e la causa non era il caldo ma tutto quello, poiché non riusciva a digerire la geometria e le sue regole.

Sconfortato per non aver capito nulla, ritornò indietro e cliccò sulla parola “immagini”, e quando la pagina finì per caricarsi materializzando varie figure, comprese, forse, quello che era il cosiddetto punto di fuga.

Fece scorrere il dito lungo la superficie dello smartphone permettendo di vedere più foto e alla fine ebbe la sensazione che una bolla gli fosse scoppiata dentro la testa, permettendogli in questo modo di ricordarsi la regola studiata nel lungo periodo scolastico.

-“il punto di fuga non è altro che un punto all’orizzonte di quando due linee rette convergono in un solo punto. “

Giorgio era certo che la regola appena recitata non diceva perfettamente così, ma poteva considerarsi soddisfatto perché a modo suo si era avvicinato. Dopotutto quello che contava era la sostanza!

Non poté fare a meno di ricordare che per tutto il periodo scolastico, quelle regole basilari sia per il disegno prospettico e anche per la geometria non riusciva a entrargli in testa, e questo lo aveva portato a marinare la scuola quando aveva il sentore di essere interrogato, o quando c’era la cosiddetta verifica.

Non sempre la fortuna era stata al suo fianco permettendogli di marinare la scuola, trovandosi, prima di uscire da casa, con un orecchio tirato o tenuto per il collo della maglietta da suo padre e accompagnato sin dentro all’aula. E la causa non era sua perché si era fatto scoprire, bensì di suo cugino che era nella stessa classe e che puntualmente spifferava tutto a sua madre, nonché sua zia. E quando le due donne ogni giorno s’incontravano quella spifferasse tutto a sua madre.

Si soffermò e osservò alcune figure, convenendo come allora che erano tutte delle grosse cavolate, e che le persone che avevano dettato quell’assurda regola, all’epoca dei fatti non aveva nulla da fare che rendere la vita dei giovani del futuro un vero inferno. In poche parole erano dei puri sadici!

Alzò lo sguardo e notò per la prima volta che la strada dove era stata parcheggiata l’auto era completamente dritta, proprio come una retta. Facendosi aiutare dall’immagine, con la mente tracciò delle linee invisibili che correvano lungo i bordi della strada e delle case che la costeggiavano congiungendosi in un punto all’orizzonte.

Giorgio esultò appena si rese conto che aveva trovato il cosiddetto punto di fuga, e in quel momento di entusiasmo si considerò un vero genio!

Soddisfatto di sé, fissò per alcuni minuti la sua scoperta, rimanendo catturato dalle illusioni che il calore stava creando sull’asfalto, facendogli credere di vedere alcune pozze d’acqua nere, che vibravano davanti ai suoi occhi.

Senza accorgersene nel suo volto si formò un sorriso che gli conferiva un’aria da ebete, ma a lui non importava.

 

Lug 1, 2016 - Senza categoria    No Comments

il gioco – cap 1

Cap 1

Giorgio si era rifugiato nella camera che era stata di suo nonno con la speranza di lasciare fuori la confusione che in casa nell’ultimo periodo regnava sovrana, e che era capace di innervosirlo e renderlo molto suscettibile.

Prontamente sua madre aveva giustificato il suo stato d’animo con i presenti incolpando il caldo, e anche per l’imminente impegno, che era poi la causa di tutto quel caos nella sua casa.

La finestra aperta permise di far uscire l’odore di stantio mentre la vecchia persiana di color verde socchiusa, rendeva quella stanza tra le più fresche, e non importava se quella vecchia scure in alcuni punti era scrostata facendo emergere il colore grigio del legno, causato dalla vecchiaia e alle continue intemperie, poiché rendevano quel posto unico e particolare.

Giorgio si mise seduto in fondo al letto del suo vecchio nonno e si guardò attorno. Anche se era morto da un po’ di anni, sua madre aveva deciso che quella stanza sarebbe rimasta proprio come suo suocero l’aveva lasciata. Quella decisione era stata presa come un ringraziamento per averla accolta nella sua famiglia, e amata come una figlia.

Ogni tanto quel letto accoglieva qualche parente che li andava a trovare, ma mai era stata rinfrescata e arredata con nuovi mobili, forse per trasformarla in una mini palestra o in uno studio e quell’ultima soluzione era la più adatta per la presenza d’innumerevoli libri.

Giorgio era sempre rimasto affascinato da tutti quei tomi, e anche se il suo numero non era così elevato da essere paragonato a una vera biblioteca, in passato gli era capitato di contarli quando fuggiva via dai sermoni di sua zia o di sua madre e persino di sua sorella maggiore, rammentando che il loro numero superava il centinaio o poco più.

Ricordò che nel periodo della sua adolescenza e cioè quando era un piccolo ribelle e svogliato nello studio, aveva sentito dire spesso da suo nonno che tutti quei libri erano il suo vero tesoro. In quel periodo quelle parole suscitavano in lui del riso e talvolta gli diceva che era un po’ pazzo, giacché non riusciva a comprendere come facevano dei fogli di carta con dentro tante parole essere considerati un tesoro.

Nella sua immaginazione un tesoro era una montagna di soldi, gioielli e monete d’oro dentro enormi forzieri, proprio come quelli dei pirati, e che gli avrebbero permesso di comprare un sacco di cose. E all’epoca gli avrebbe fatto comodo trovare un ricco e capiente baule di monete d’oro o anche un borsellino con dentro qualche centinaia di migliaia di lire, per comprarsi un motorino nuovo e truccare il motore, oppure comprare dei jeans firmati che facevano tanto tamarro assieme al piumino senza maniche.

Eppure quando esprimeva a suo nonno queste sue idee, lui gli arruffava i capelli appena ingellati e immancabilmente gli sorrideva.

– Giorgio, i soldi e i gioielli ti possono donare le cose materiali, ma i libri ti fanno volare in posti lontani con la fantasia, t’insegnano cose che nessuna scuola riuscirà mai a fare, e ti aprirà la mente. Questo è il tesoro che ogni essere umano deve avere. Pensaci bene… i più grandi dittatori di cosa hanno paura?-

Giorgio rimase in silenzio, voleva dirgli delle armi, della cosiddetta bomba atomica ma chissà perché quella risposta silenziosa, gli sembrava che stonasse con tutte quelle parole.

– nipote mio, i grandi dittatori avranno sempre paura della cultura! Non potranno mai sottomettere un popolo che ha della conoscenza, ma potranno sottomettere quei popoli ignoranti e che hanno dimenticato la propria storia e che hanno paura.-

Spinto da quel ricordo così dolce e malinconico, si diresse verso la libreria e osservò quei libri con nuovi occhi e con rinnovato interesse. Ogni tanto la sua attenzione era catturata da alcuni titoli di qualche scrittore che non conosceva, sorprendendosi nel trovare tra quelle opere altisonanti anche libri che trattavano il ciclismo, e tra queste varie biografie di Coppi e di Bartali.

Quel tesoro tanto amato e decantato da suo nonno, lo spinse a sfiorare con l’indice le varie copertine che gli apparivano, essere molto vecchie, e tra questi lo incuriosì una che era di tela e che un tempo doveva essere stata di colore rosso.

Lo prese con una certa riverenza e si andò a rifugiare vicino alla finestra, stupendosi nello scoprire che quello che stava tenendo in mano era un vecchio dizionario degli anni sessanta. Le sue pagine non erano più candide, il tempo implacabile le aveva ingiallite, sfogliandolo trovò delle piccole annotazioni in penna blu o rossa, stupendosi della presenza delle orecchie in alto o in basso all’angolo delle varie pagine.

Non si allarmò quando si ritrovò tra le mani alcuni fogli che si erano staccati dalla loro cucitura e che in passato li aveva tenuti uniti, anche qui il tempo, come l’usura, aveva agito consumando il delicato filo. Nel suo continuo sfogliare notò che l’usura e il tempo avevano sbiadito e cancellato alcune parole, facendoli cadere nel limbo della lingua italiana. Giorgio portò al naso il vecchio dizionario e inspirò profondamente il suo odore, non aveva più quel profumo caratteristico della carta, ma sapeva di muffa e di qualcosa che non sapeva dare una forma, ma che comunque erano una testimonianza dello scorrere del tempo.

Tutto quello lo portò a sfogliarlo con cura, e anche se era un comune dizionario, si accorse che differenziava dagli altri, perché era privo di nuovi e contemporanei termini.

Esausto nel sentire la voce acuta di sua madre e di sua zia che sovrastavano quelle degli altri ospiti, chiuse il voluminoso tomo e lo tenne in mano, cercando inutilmente di ritrovare la pace che lo stava abbandonando, dando così l’opportunità al nervosismo di soffocarlo.

Sentendosi incapace di ritrovare la calma, inaspettatamente gli vennero in mente le parole del nonno:

“Giorgio quando hai delle domande che non trovano alcuna risposta, o dei dubbi o altro ancora. Prendi il vangelo e chiudi gli occhi, poi lo apri in una pagina a caso e leggi la prima cosa che vedi, alla fine dovrai pensare attentamente alle parole e al loro significato. Ti assicuro che quelle sacre parole ti saranno d’aiuto!

– ma nonno come può una lettura aiutarmi con i problemi che ho adesso, quello è un racconto di tanto tempo fa?”- gli domandò scettico.

-ti assicuro che funziona!- gli rispose suo nonno, arruffandogli ancora una volta la testa.”

Giorgio non sapeva darsi una spiegazione del perché si era ricordato proprio in quel momento di quel vecchio e del suo consiglio, non solo, ma aveva come sentore che fosse lì presente. Cacciò via subito dalla sua mente quest’idea assurda, poiché non era mai stato una persona superstiziosa, e neppure un così fervente credente.

– che cosa aspetti, hai paura che il tuo nonnino abbia ragione? Apri il Vangelo e lo scoprirai?-

Giorgio udì dentro la sua testa ancora la sua voce, non sapeva se stava impazzendo a causa della confusione, o per lo stress accumulato in quell’ultimo anno. Deciso di non dargliela vinta, appoggiò il dizionario sul piccolo tavolo e cercò quel testo sacro, consapevole che forse non lo avrebbe trovato, poiché aveva visto sua madre aver messo sotto le mani incrociate e legate dal crocifisso, proprio uno di quei libri sacri, prima che la bara fosse chiusa. E non voleva andare di là a chiederle se in casa c’era un’altra Bibbia.

– perché no! Forse una parola o due mi può indicare cosa dovrò fare.- si disse Giorgio, prendendo la decisione di sostituire il Vangelo con il vocabolario, anche se non era del tutto convinto.

Ritornò seduto sul letto e appoggiò il dizionario sulle gambe, chiuse gli occhi e mentre le sue dita cercavano una pagina da aprire, la sua mente tentò di indovinare in che punto fosse. Non gli piaceva l’idea di trovarsi nella pagina della lettera H o di qualche lettera straniera come la K, la J o la X o W.

– al diavolo!- imprecò cercando di non farsi tante seghe mentali, con decisione e senza pensare altro, aprì il volume e lentamente anche gli occhi che si posarono sulla parola: fuga.

Diede una leggera scorsa a quello che vi era riportato e lo richiuse.

Nel volto di Giorgio si formò per la prima volta un leggero sorriso, non perché era la parola che si aspettava o forse sì, ma perché iniziava a piacergli come gioco, così la mise da parte. Chiuse ancora il volume e anche gli occhi e li riaprì insieme e con sua grande sorpresa si accorse che si trovava nella stessa pagina, e aveva letto lo stesso termine: fuga.

– coincidenza!- si disse, cercando di auto convincersi.

Giorgio considerava la coincidenza come un’altra forma di superstizione, che lui lasciava ben volentieri ai vecchi e agli ignoranti. Così per screditare quella stupida cosa, compì gli stessi gesti per la terza volta, e per la terza volta lesse la parola: fuga

Chiuse il libro e osservò la stanza per costatare di non trovarsi di fronte l’anima di suo nonno sorridente pronto ad arruffargli i capelli, ma subito il suo lato pratico emerse. Studiò attentamente il dizionario, spiegando quelle casualità con l’ipotesi che le sue dita avevano una loro memoria, proprio come gli scrittori e i musicisti, ecco del perché erano finite ancora una volta in quella pagina.

Giorgio sapeva che quella sua ipotesi poteva essere campata in aria, ma era l’unica spiegazione che riuscì a trovare.

Il rumore di là di quella porta e di quella stanza sembrò aumentare, istintivamente ripensò a quella parola e alle definizioni che aveva letto velocemente.

Non riusciva a credere che una così piccola parola, formata solamente da quattro lettere, poteva avere così tante definizioni in vari campi della vita.

Riaprì il dizionario e questa volta cercò quel termine, prendendo la decisione di analizzare tutte le voci riportate, ma il costante rumore e il fatto che ogni tanto sua madre entrava in quella stanza per chiedergli come stava, accompagnata da persone a lui estranee, lo costrinsero a chiudere il volume e a fuggire via da quella casa.

Prese al volo le chiavi dell’auto nuova di sua sorella: una ypsillon tellers di colore rosa, e uscì.

Non gli interessava se dentro all’abitacolo di quella macchina ci fosse più gradi che fuori, quello che più gli piaceva era di aver ritrovato il silenzio e la tranquillità di quel luogo non luogo; aprì tutti i finestrini di pochi centimetri per far entrare un po’ di aria fresca, e una volta sistemato e messo comodo cercò la parola fuga.

Avvolto dalla calma e dal silenzio, interrotto dal frinire delle cicale e baciato dal sole di Luglio, Giorgio iniziò a leggere con attenzione e analizzare le voci elencate.

Era indeciso da dove iniziare, si era accorto che ognuna definizione gli evocava dei ricordi, sia lontani che vicini, così prese la decisione di iniziare dall’ultima voce.

Mar 10, 2016 - Senza categoria    No Comments

il gioco

Presentazione

Cap 1

Cap 2·  8 geom. punto di f., in un disegno in prospettiva, punto nel quale convergono tutte le linee rette,

cap 3·  7 fis. velocità di f., quella necessaria a un oggetto per sottrarsi alla forza di gravità di un corpo celeste.

Cap 4·  6 mus.  Composizione musicale costituita da un tema principale che viene successivamente ripetuto in forme diverse.

Cap 5·  5  Serie prospettica di elementi o ambienti architettonici.

Cap 6·  4 sport.  In una gara di corsa, vantaggio che uno o più concorrenti prendono staccandosi dal gruppo.

Cap 7·  3 fig.  Perdita di grandi proporzioni: f. di voti || f. di capitali, trasferimento di capitali all’estero per impiegarli in investimenti più redditizi o per sottrarli al fisco | f. di notizie, divulgazione di notizie che dovevano rimanere segrete | f. di cervelli, emigrazione all’estero di intellettuali o scienziati alla ricerca di migliori opportunità di lavoro.

·  2  Fuoriuscita di un fluido dalle condutture in cui scorre, sinonimo perdita: f. di gas.

Cap 8·  1  Abbandono precipitoso o segreto di un luogo.

Feb 24, 2016 - Senza categoria    No Comments

la guerra con il tiramisù

Il tiramisù

Il tiramisù è un dolce che esprime gioia e felicità, e a mio dire trovo che sia un ottimo antidoto alla depressione. E come dicevano gli antichi “omen nomen”.

Eppure questo dolce per me rappresenta l’inferno, so di avere usato una parola “dura”, ma diciamo pure che io e lui non andiamo d’accordo, riesce persino a far emergere il mio lato oscuro, in poche parole tra noi è guerra!

Preciso che non solo con questo dolce sono in eterna battaglia, ma con tutti i generi di dolci: ciambellone, crem caramel, panna cotta e poi lui il tiramisù, per non parlare del budino…un vero disastro!

So che per molti è considerato un dolce facile da fare, si è vero, bisogna stare attenti a non far impazzire la crema, e a non mettere in questo l’acqua del mascarpone che spesso si trova in fondo alla confezione, per il resto è una passeggiata. Sì, come no!

Io non capisco perché sto dolce ce l’ha con me appena mi appresto a prepararlo. Le uova non riesco mai a romperle a metà perfettamente, e quando devo dividere l’albume dal tuorlo, mi capita spesso che pezzi di coccio o la metà dello stesso mi cada dentro a una delle due scodelle. E già li iniziano a fuoriuscire dalla mia bocca piccole imprecazioni che sono ancora innocenti.

Ma il tiramisù è fatto con il caffè e solitamente uso il decaffeinato proprio perché non mi fa innervosire, ma se non è il caffè lo fa la moka. Possibile che quando il caffè inizia a gorgogliare e devo travasarlo nella tazza, quel liquido nero finisce immancabilmente a fuoriuscire dalla guarnizione sporcando il piano della cucina che è di marmo! Corri subito ad appoggiare la moka sopra al lavandino e a pulire il disastro causato.

E poi il tiramisù non è un vero tiramisù senza il mascarpone. È questo formaggio che gli dona un sapore e una cremosità unica, eppure ho da ridire anche su di lui. Lo so, sono una rompiballe, ma non ce l’ho con il formaggio ma con la sua confezione!

Ancora oggi, e tutte le volte che lo devo aprire, mi chiedo che ci sta a fare quella linguetta se manco l’incredibile Hulk riesce ad aprirla con tutta la sua forza. Ma a quanti gradi l’hanno fuso con la ciotola, perché è impossibile strapparla. Ok che deve mantenere la sua freschezza, ma così si esagera.

Dopo vari tentativi prendo un coltello affilato con una bella punta e in quel momento mi trasformo in Norman che uccide la povera Marion nella doccia in Psyco, è un po’ inquietante come scena, ma lo avevo detto che sto dolce mi trasforma.

Il più è stato fatto, ho la crema, i pavesini e il caffè. Con calma inizio a fare i primi strati del dolce, ma ecco che la guerra continua tra me e lui. Nel bel mezzo della mia creazione, mi accorgo che in uno strato non ho inzuppato i pavesini con il caffè, apriti cielo, alzo gli occhi e inizio a formulare varie parolacce accompagnati dal mio togliere la crema, ben sapendo che non assorbiranno mai il caffè, eppure eccomi lì che cerco di inzupparli, ottenendo dentro alla teglia un piccolo lago nero con la crema galleggiante.

Finito il mio lavoro di strutturazione del dolce, manca solo il cacao amaro, che immancabilmente finisce metà sopra ai miei vestiti, sì perché ancora adesso mi ostino a non usare il grembiule.

Stanca del lavoro svolto, lascio tutto sopra al tavolo e mi dirigo verso il bagno e osservo la mia immagine allo specchio, adocchiando tra i capelli un po’ di crema che è schizzata via a causa del frullino elettrico che non funziona bene, e nel frattempo sento le lamentele di mia madre per come ho lasciato la cucina.

Beh l’ha voluta lei, i miei cognati e le mie sorelle, io manco volevo fare il dolce e se oggi se lo vuole gustare, dovrà pulire i miei casini, perché lei lo sa che io e il tiramisù siamo in guerra, e sebbene lui vince tutte le battaglie, alla fine la guerra la vincerò sempre io con il mio fido cucchiaio!

Feb 18, 2016 - Senza categoria    No Comments

1° maggio

Ti sei insinuato nella mia vita

come i raggi caldi del sole,

tra le fessure di una finestra chiusa.

Hai cancellato con il tuo essere:

il mio modo di pensare,

le mie convinzioni,

il mio credo.

Il tuo gesto,

dettato da un sentimento

che non lo si può definire puro,

è tanto violento che il solo ricordo

turba il mio essere e mi fa sorridere.

Ora che la mia stanza

è stata illuminata

da quel raggio solare solo per pochi attimi,

ritorno nella mia penombra

con la speranza che quel raggio che tu rappresenti

no ritorni prepotentemente nella mia vita,

ma che sia stato solo un miraggio

nell’oscurità della mia vita

 

Feb 9, 2016 - Senza categoria    No Comments

geometria e giardinaggio

Quando frequentavo ancora le scuole dell’obbligo, le materie a me ostiche erano quelle che chiamavano scientifiche, e a malincuore devo ammettere che zoppicavo anche nelle  umanistiche, ma più che altro era  per colpa mia e della mia pigrizia.

Eppure le materie scientifiche non riuscivo a digerirle: chimica, fisica, disegno descrittivo e infine matematica con la sua geometria, non riuscivo a capirle e memorizzare le loro regole basilari che riempivano metà dei libri e che ogni studente doveva imparare a memoria.

Sinceramente quelle materie non mi interessavano, poichè le consideravo inutili per il mio futuro e che mai avrei usato per il mio futuro impiego, tanto per fare i calcoli avrei usato la calcolatrice, riguardo la chimica non avrei mai cercato la formula per creare la pietra filosofola e in fisaica non avrei mai scisso un atomo.

Questo pensiero mi ha sempre accompagnato sino a questa mattina!

Appena sveglia e dopo aver fatto colazione in terrazzo, il mio sguardo è caduto verso una piccola e lunga aiuola che ha il mio palazzo, constatando il suo abbandono. Finito di bere il mio cappuccino, rientro in casa e incomincio a fare le cosidette pulizie domestiche, ma non so come mai il mio pensiero era costantemente rivolto verso quell’aiuola.

Stufa di quella specie di autotortura psicologica, lo so talvolta sono masochista,lascio perdere lo straccio dei pavimenti, tanto erano già puliti e prendo alcuni sacchi neri dell’immondizia. Scendo in garage, dove mio padre tiene gli attrezzi di giardinaggio e  mi procuro una sega dai denti abbastanza evidenti, tanto che mi ricordano quelli di uno squalo, poi delle cesoie e infine un piccolo rastrello.

Carica, mi dirigo verso l’aiuola e la osservo sconsolata chiedendomi chi me lo sta facendo fare, alzo lo sguardo verso l’alto e constato che è nuvoloso, ma grazie al cielo non fa così freddo e non tira vento.

Mi inginocchio e indosso i guanti e con il rastrellino inizio a grattare la terra per togliere via le foglie morte, che il vento di alcune notti prima ha portato e che si sono fermate grazie alla presenza di alcuni arbusti, che a mio dire sono un offesa alla vista da quanto sono brutti, ma mio padre voleva creare una siepe senza esservi risucito.

Mio padre aveva la presunzione di essere capace di fare giardinaggio, ma non ha mai avuto il cosidetto pollice verde!

E quando il mio lato masochistico ogni tanto viene fuori, per me sono guai con la g maiuscola e la presenza di un cipresso nano è quella che lo fa emergere. L’osservo attentamente e noto che la sua forma non è veramente una forma, a dire il vero non saprei come descriverlo. Se l’osservi da un lato puoi vedere una piramide, se ti sposti di qualche passo si riesce a intravedere un cubo, e alla fine anche una sfera.

Data la sua forma non forma, e desiderando dare una dignità a quel povero alberello, prendo le cesoie e gli giro attorno, cercando di trovargli una figura geometrica adatta.

Le mie mani inguantate accarezzano quella chioma, le sposto da un lato all’altro e senza accorgemene inizio a sforbiciare quelle punte ribelli, sono ancora indecisa tra una sfera e un cubo. Taglio qua e là sperando di creare una sfera, ma quello che ho ottenuto è una versione abnorme di una figura geometrica.

Mi allontano di qualche passo e osservo la vittima del mio estro artistico di quella mattina, e mi accorgo che sono ben lontana dalla forma che mi ero prefissata.

Sono sconfortata, prendo il mio cellulare e vado in internet, cerco la formula matematica della sfera e mi accorgo che ce ne sono un sacco, diamine a scuola non erano così tante, oppure c’erano ma io le ho scordate!

Sempre più sconfortata, chiudo internet, metto in tasca il cellulare e rifaccio qualche passo indietro accorgendomi di aver tagliato troppo in alto, tanto che ora assomiglia più a un parallelepipedo che a un cubo, ed è molto lontano dalla sfera.

Mi tolgo i guanti, spazzo via le foglie e i rami tagliati riempiendo il sacco nero, e dentro di me mando in quel paese la pianta che mio padre ha piantato e mai curato, ma anche le formule matematiche, chimiche e fisiche, che non mi hanno aiutato. Per la prima volta capisco che oltre mio padre, anch’io non possiedo quel pollice verde che mi avrebbe permesso di creare una sfera.

Così mentre ritorno a casa con i miei attrezzi, mi sento sconfitta perchè sia la matematica che il giardinaggio non sono fatti per me!

Feb 6, 2016 - Senza categoria    No Comments

ricordo di due olmi e di una voce

Dal mio balcone vedevo spesso un ampio terreno con due magnifici e maestosi olmi che con le loro chiome donavano ombra e refrigerio a chi lo desiderava, e tra quelli che ne usurfuivano c’erano dei bambini. Per otto anni quei maestosi alberi mi hanno fatto compagnia, erano per me l’orologio delle stagioni, assieme ai bambini che con i primi caldi uscivano di casa per giocare in quel terreno. Quegli olmi ora sono morti e il comune ha deciso che quel terreno sarebbe stato un ottimo parcheggio, dove le auto avrebbero sostituito palloni, mazze da baseball e bichiclette. In un giorno d’autunno, quelle piante sono state tagliate e la presenza di due tronchi erano la testimonianza della loro passata presenza, una presenza che è stata seppellita sotto a tonnellate di terra brulla e poi appiattita. Quel campo e quegli alberi che mi hanno fatto sempre compagnia e che ho sempre ammirato, ora non ne rimane più nulla. In primavera e in estate ero solita ad affacciarmi al balcone che dava verso quel parco, e mi mettevo a osservare quei bambini mentre giocavano. In nove anni che vivo in questa casa li ho sempre osservati e visti crescere. Ricordo quasi ogni loro gioco, e anche i loro nomi, ma tra questi bambini urlanti ce ne era uno che spiccava in particolare a causa della sua voce profonda, e quando arrivava lo si poteva facilmente riconoscere. Mi piaeva osservarli, vederli correre, urlare e giocare come fanno i ragazzini, un modo così differente dai giochi delle bambine. Quando è venuto a mancare mio padre per colpa del Parkinson e venne portato via, mia sorella mi comunicò, quando rientrò a casa, che avevano portato a Muraglia un ragazzo di 13 anni e stava nella stanza a fianco dove mio padre era vegliato. Aggiunse che era stata una fortuna per mia madre non averlo visto, lo stesso pensiero lo ebbi anch’io, il dolore era tanto e vedere anche un ragazzo avrebbe aumentato quella sofferenza, dato che la morte aveva strappato via: sogni, speranze, ambizione e gioia di una giovane vita. Il tempo è un ottimo medico e spesso fa in modo che episodi spiacevoli vengano dimenticati, ma accade alcune volte che quelli ritornino. A causa delle solite chiacchiere che si fanno tra vicini, in uno di quelle è scivolato su quel ragazzo dalla voce profonda. Mi ha sorpreso scoprire che quel giovane adolescente di 13 anni, che tutte le volte che parlava mi faceva sorridere, ed era uno di quei bambini che ho visto crescere, era morto. Un tumore alla testa lo ha portato via, alcuni giorni dopo mio padre, a tale notizia non ho potuto evitare di piangere per una vita spezzata, sogni infranti e per il dolore dei suoi genitori e amici. Ho pianto perchè quel ragazzino non conoscerà mai il mondo, non sentirà il batticuore quando prenderà la mano per la prima volta della persona di cui avrebbe avuto una cotta, o non sentirà le farfalle alla pancia quando avrebbe dato il suo primo bacio, e provare tutte quelle emozioni che ti fanno sentire leggero e felice come se il mondo fosse ai tuoi piedi. Non potrà cadere e rialzarsi e ancora cadere e rialzarsi sino a diventare un uomo forte. Mille pensieri mi affollano la mente e una tra tutte è che da quest’anno non vedrò più quegli olmi preannunciarmi la primavera e non sentirò più quella voce, ma vedrò un freddo parcheggio che coprirà per sempre le immagini e i ricordi di una felicità che è volata via.

Feb 6, 2016 - Senza categoria    1 Comment

Il mio nuovo MyBlog

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